Worship and Prayer / Culto e Preghiera

Gli Anglicani latitudinari frequentano Chiese Anglicane diverse, adattandosi allo stile liturgico e orante delle medesime, ma sempre praticando la clausola di coscienza, cioè astenendosi dalla recitazione di talune parti o interpretandole in chiave simbolica.
Per le devozioni private o le riunioni latitudinarie di preghiera, oltre ai passi più lirici e meno dogmaticamente vincolanti del Book of Common Prayer, essi usano gli Alternative Services in uso presso numerose giurisdizioni della Comunione Anglicana (quelli canadesi in particolare) e la semplice liturgia tradizionale della  Chiesa Luterana di Danimarca, ma condividono altresì ampie sezioni delle preghiere in uso presso il Reformed Cloister of the Holy Spirit:

 

année-liturgique1La nostra preghiera include, oltre ad alcuni elementi ricavati dalle tradizioni mainstream (quella anglicana e quella luterana in primis), ampie scelte dai testi di preghiera delle minoranze cristiano-spirituali, gli universalisti, i giurisdavidici, ecc.
Sono pure in uso alcuni testi liturgici (inclusa una ecucaristia, tratta dalla Didaché)  che il prof. Umberto Pagnotta propose nei culti unitariani in Italia, correndo gli anni ’70.
Come spazio e opportunità per l’anima orante, l’uso del silenzio durante il culto è fondante e prevalente. La nostra gratitudine va ai Quaccheri, che hanno esplorato il silenzio comunitario come matrice “pneumatica”. Peraltro, come sappiamo, la tradizione dell’esichìa claustrale è molto antica. Loyson scriveva nel suo diario il 29 dicembre 1911, poco più di un mese prima della morte:

La più alta religione è quella che adora senza parlare di Dio né a Dio. Silentium tibi laus”.

Pregna di spirito di meraviglia e di lode è la celebrazione del Santo Natale, e di spirito di penitenza e di attesa quella della Veglia Pasquale la sera del Sabato Santo.
La elevazione del pane (o dell’ostia) include canto del “Sol Iustitiae” (Mal. 3, 20).

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Ispirazione
: Veni, Sancte Spiritus e A Te ricorro, Spirito amato 

 

Se non c’è il soffio interiore, l’autenticità della preghiera è dubbia.
Il Veni, Sancte Spiritus è il “sigillo” dell’ispirazione

Veni, Sancte Spíritus / et emítte caelitus /lucis tuæ rádium.holyspirit2

Il verso aprente il Veni, Sancte Spiritus  è preceduto dai primi due versi  della Preghiera allo Spirito Santo della Fratellanza Giurisdavidica:

A Te ricorro,
Spirito amato.



Pentimento: Agnus Dei Preghiera del Cuore 

La preghiera “decolla” solo se sussiste la volontà di rigettare il peccato: senza di ciò, infatti, essa è vaniloquio. Pur non presumendo l’avvenuto affrancamento dal peccato (ché anzi essa tende anche a quello), la preghiera, per assumere consistenza, implica la volontà  – che, anche quando sfilacciata, si dispone allo sforzo – di liberarsi dalle viscide catene del peccato. Perché ciò avvenga, occorre  in primis appellarsi alla grazia di Dio.
Nella tradizione cristiana due preghiere chiamano, come l’urlo davidico “dal profondo” (Sal. 128, 1), la grazia divina:


l’Agnus Dei

Agnus Dei qui tollis peccata mundi / miserere nobis 
Agnus Dei qui tollis peccata mundi / miserere nobis
Agnus Dei qui tollis peccata mundi / dona nobis pacem

(Agnello di Dio, che sopporti i peccati del mondo / abbi pietà di noi
Agnello di Dio che sopporti i peccati del mondo / abbi pietà di noi
Agnello di Dio che sopporti i peccati del mondo / donaci la pace)

friedericAnche se l’antefatto storico è il brutale rito del capro espiatorio (descritto nel cap. 16 del Levitico), che Gesù di fatto abroga con il proprio sacrificio e con il messaggio che solo sacrificando il proprio ego si giunge a Dio, l’Agnus Dei ha il grande merito di ricollegare la tradizione cristiana alla venerazione ariana per i buoni animali, in particolare alla Gatha (inno) Ahunavaiti della tradizione zoroastriana, in cui si registra il compianto di “Geush Urvan”, l’anima delle greggi, per il dolore che l’uomo le fa patire.
E’ interessante osservare come il padre Loyson, nel suo diario, annotasse che il figlio Paul, dopo le esequie della madre (e sua sposa amatissima), lo aveva invitato – dinanzi alla prospettiva di vedovanza solitaria che Loyson assumeva in pieno – a “risalire a quei focolari arii che precedettero il cristianesimo, e a fondare un sacro focolare sulla tomba della mamma“, il che era inteso a rimarcare, con la sacralità della famiglia, la devozione filiale e l’unità domestica come riflesso dell’Unità divina. Del resto, Loyson aveva predicato la paternità come sacerdozio.


La Preghiera del Cuore

Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore
La  Preghiera del Cuore, nota anche come preghiera del Signore o preghiera del Nome, è in realtà il condensato di tre momenti evangelici:
blind jericho1) l’implorazione del cieco di Gerico (Mc. 10, 47): “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me
2) la preghiera del pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc. 18, 13)
3) l’attestazione degli apostoli dopo che Gesù calmò le acque del lago di Genesaret: “Tu sei veramente il Figlio di Dio” (Mt. 14, 33), ribadita del centurione quando alla morte di Gesù la natura fu scossa : “Veramente costui era il Figlio di Dio” (Mt. 27, 54)
Mentre nella tradizione ortodossa si insiste sulla “potenza del Nome” di Cristo nella reiterazione prolungata – quasi ininterrotta da parte di alcuni monaci – della preghiera, per noi il suo valore sta nella sua piccolezza evangelica: quella il cieco che chiede la vista, del pubblicano che non osa neppure alzare gli occhi al cielo, degli apostoli salvati dalla tempesta che si prostrano, del centurione che ammette l’errore tragico dei suoi colleghi uccisori di Gesù. Essa  esprime bene, nella sua brevità, quella dell’anima contrita, “breve” perché ripiegata su di sé, in uno stato di dipendenza dall’Altro divino.


Un atto di resa amorosa: il Segno della Croce

Loyson, come si constata dai diari, amava il segno della Croce, ricevendolo come sigillo della Presenza divina.
Questa visione del Segno non ha nulla a che fare con quella meccanica, formale, e ancor meno con quella egocentrica di chi lo mima come una “magica” assicurazione sulla propria vita e i propri beni, o come segno di vittoria (imitando il famigerato”In Hoc Signo Vinces” che è stato usato per dare la morte).
cross2Il Segno della Croce è l’opposto nella sua essenza: esprime un’ intenzione, quella di “crocifiggere” il proprio ego, donando a  Cristo – e perciò rendendo “cristici” – la mente, il cuore, le membra (cioè l’intelletto, il sentimento, e l’energia), ma esprime soprattutto, una resa amorosa, l’accoglimento e la trasfigurazione in sé, attraverso il Cristo, di quella che i manichei chiamavano “La Croce di Luce”, ovvero del sacrificio cosmico, del dolore e della separazione intrecciati, come sono, al giubilo e alla comunione, lungo i quattro punti cardinali.

signofthecrossCredo che l’unità – lesa – sia restaurata dalla Croce di Cristo, in cui sta la riconciliazione; le lacerazioni vengono tratte, avvolte e trasformate dal Divino Amore, che con il suo svolgersi cruciforme, dal cuore-centro, abbraccia la sfera universale. L’intero cosmo è convocato alla Croce, affinché le sue lesioni infette – dalle prime convulsioni siderali fino ai sottili crimini del pensiero contemporaneo – siano ripulite, drenate e guarite.
E’ salutare vivere nel segno della Croce e con l’impulso a coinvolgere in quel sacro abbraccio le parti separate della natura, dai fiori alle stelle, ai ricordi, ai morti: guardando la Luna nel cielo, ad esempio, e rispondendole con un segno della Croce su di sé, come sigillo di lode e di anelito alla comune redenzione. Una Croce che, partendo dalla singola realtà contemplata o incontrata, includa tutto il campo visivo e ogni oltre” (M. Moramarco, Testamento di un Libero Muratore)


Purificazione: le lodi alla Vergine Maria e alla Sophia Celeste

Il pentimento comporta la purificazione, che si risolve nella virginalità, la quale, secondo Louis-Claude de Saint-Martin, ha le sue matrici scritturali nelle “tre Vergini”
1) lo Spirito di Dio, Ruach ‘Elohim, che “covava” sulle acque (Gn. 1,2),
2) Sophia, la Saggezza, che era con lui all’atto della creazione (Pr. 8, 22-31)
3) l’Adamo celeste, di natura androgina (Gn. 1, 27)
che stanno a fondamento del sacro stato di Maria.

Loyson credeva fermamente nella componente  femminile del Divino. In una lettera al figlio Paul, egli ricordava come per gli antichi Egizi, la divinità fosse “il Padre dei padri e la Madre delle madri”, e per la Festa dell’Assunzione (15 agosto) del 1909 egli tradusse in chiave esistenziale la “mediazione” mariana, che ha base evangelica nell’episodio delle nozze di Cana (Gv. 2, 3), giungendo a vedere nella defunta moglie Emilie il riflesso della sponsalità pura e materna di Maria.maryaltamura2

Nel Cristianesimo del primo millennio si sviluppò la venerazione a Maria, che raggiunse vette liriche altissime. Le immagini che la figura della Madre di Cristo (“Madre di Dio”, in quanto “portatrice” del divino nell’umano) ispirava restano perle della vita spirituale cristiana e della poesia religiosa. Per questo vengono lette nella Chiesa Riformatadel Santo Spirito, poiché offrono un sicuro stimolo purificatorio all’orante:

Rosa Mystica, Stella Maris, Ancilla Domini …..

Nell’Anglican Order of the Holy Spirit si leggono altresì le invocazioni alla celeste Sophia del pastore luterano Gottfried Arnold (1666-1714) tratte dalla sua opera  Das Geheimniß Der Göttlichen Sophia oder Weißheit (1700)

Lode

La Lode è, per il fedele, una primizia del Paradiso. E’ quello stato effusivo dell’essere che l’individuo trae da Dio stesso: lo stesso nome divino Shaddai, normalmente tradotto dall’ebraico come “Onnipotente”, significa in realtà, come spiega bene il cristiano spirituale Sebastian Franck nel terzo dei suoi Paradoxa (1534): “una traboccante pienezza di ogni bene che tutto soddisfa con la sua potenza”.  C’è piena corrispondenza tra “Shaddai” e gli attributi “Harvesp tavãn / rayomand/ khoremand” che nell’Avesta vengono dati al Saggio Signore.
I testi di lode più noti, e anche più ripieni dello spirito di lode, sono senz’altro i Salmi 148 e 150. Da essi, in forma diretta o mediata, si sviluppò un filone letterario-religioso che raggiunge uno dei suoi apici nel Cantico delle creature di Francesco da Assisi. Ma qui vogliamo riportare il testo che nel C.S.J. si usa nelle devozioni quotidiane e nel culto, un testo tratto dalla Preghiera del Mattino in onore e ringraziamento dell’Eterno Padre di David Lazzaretti (tradizionalmente in uso nella Fratellanza Giurisdavidica del Monte Amiata). Qui la stessa lingua italiana è lode e divine sono la santa ingenuità e la meraviglia che lo attraversano:

giurisd3“….Tu Astro di immensa luce, con i tuoi raggi mattutini, unisciti meco ad onorare e glorificare il mio Dio. E voi, Pianeti di tutta la gran volta dei Cieli, unitevi meco col vostro brillante splendore ad onorare e glorificare il mio Dio. Voi Venti che percorrete l’aere da l’uno a l’altro polo, unitevi meco col vostro soffio e onorate e glorificate il mio Dio. Voi Fiumi, Torrenti e Sorgenti di tutta la terra, unitevi meco col vostro mormorio incostante e onorate e glorificate il mio Dio. Voi, Alberi, Cedri di tutto il suolo della terra, unitevi meco col moto sonoro delle vostre fronde… Voi Pomi, Fiori, Erbe di tutte le specie unitevi meco colle vostre esalazioni odorifiche e onorate e glorificate il mio Dio. Voi pure Nevi, Geli, Brine e Rugiade unitevi meco colla vostra candidezza e onorate e glorificate il mio Dio. E voi sacri Bronzi di tutti i Templi della terra unitevi meco col vostro squillo risonante per l’aere e onorate e glorificate il mio Dio…. E voi Campagnoli che andate alle vostre campagne, e Viaggiatori di terra e di mare, unite le vostre preci alle mie e onoriamo e glorifichiamo l’Altissimo Iddio che ci ha conservati in questa santa notte acciò ci conservi e ci assista in questo santo giorno…. voi pure Fiere, Quadrupedi di tutte le Campagne, Selve e Foreste della terra, unitevi meco col vostro belo, mugghio, nitrito e onorate e glorificate quel Dio che vi illumina e vi conserva. E voi Volatili di tutte le specie, unitevi meco col vostro armonico canto e onorate e glorificate quel Dio che vi illumina e conserva. Voi Balene, Pesci tutti del mare che guizzate per le chiare onde, unitevi a me con lo stridolo delle vostre squame e onorate e glorificate quel Dio che vi illumina e conserva. Insomma noi tutti in completo, creature… onoriamo e glorifichiamo l’infinita misericordia dell’Altissimo e Clementissimo Iddio, ché da Lui dipende tutto il creato e l’increato…”


Il Padre nostro o Preghiera di Gesù

La Preghiera di Gesù – il Padre Nostro – è, come si sa, la più importante nella fede cristiana, proprio perché insegnata, secondo l’Evangelo, da Gesù stesso. Vedremo nella sezione Testi come abbia significative corrispondenze nell’Ahunvar (o Ahuna Vairya, o Yathā Ahū Vairyō), una delle preghiere-madri zoroastriane, anche se con una differenza fondamentale e insieme complementare: essendo di natura esistenziale, il Padre Nostro è una sequenza di richieste dirette, implicitamente dialogiche, a Dio, mentre l’Ahunvar è piuttosto un distillato di essenza spirituale, e si esprime in terza persona: il Tu, che è garanzia di intimità uomo-Dio, non vi è presente.

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Padre nostro che sei nei Cieli

sia santificato il Tuo nome
venga il Tuo Regno
sia fatta la tua volontà, come nei Cieli così in Terra
dacci oggi il nostro pane del domani [del Regno]
rimetti a noi i nostri debiti, come [o: appena] noi li rimettiamo ai nostri debitori
e non lasciarci nella prova
ma liberaci dal male [dal Maligno]
Amen 

– “Padre Nostro”: (Avinu in ebraico, abun in aramaico), equivalente a “Im-anu-‘El” (Dio con noi): il richiamo alla divina paternità è come una invocazione affinché il Suo Spirito scenda sull’orante

– “che sei nei cieli”: nella tradizione ebraica il Cielo “shamayim” è l’insieme di fuoco e acqua (esh/mayim, rappresentati secondo il Sepher Yetzirah, dalle lettere שׁ e מּ). Dunque Dio è in alto, ma anche in basso (dove le acque tendono a discendere) e il Cielo di cui si tratta non è solo quello astronomico (che con la sua immensità suggerisce eternità), è un Cielo interiore, avvolgente e compenetrante ogni realtà, in sostanza un Oltrecielo.

– “sia santificato il tuo nome”: nome, in senso biblico, sta per l’identità specifica, l’essenza, non per la convenzione o l’apparenza (Gesù ammonisce che non è dicendo “Signore, Signore” che si accede al regno); santificato significa estratto, isolato dal resto, esaltato: la Tua essenza luminosa venga distillata nelle tenebre mondane, e ognuno lavori a tal fine.

padrenostro2  “venga il Tuo Regno, sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”: il mondo fisico sia soggiogato al Tuo Santo Spirito, la creazione rinnovata a imitazione del Tuo Regno; possa cioè l’Intelletto d’Amore governare, permeandola, l’intera manifestazione cosmica.

Possa Tu, infine, regnare anche qui (e l’usurpatore, il “principe di questo mondo” venga detronizzato); Cielo e terra celebrino le mistiche nozze, “sotto l’ombra delle Tue ali” (Sal. 17, 8).

– “dacci oggi il nostro pane quotidiano” o, meglio ancora, seguendo la lezione dei Nazarei (antichi giudeo-cristiani), “il nostro pane del domani” (“mahar”): noi chiediamo il Tuo sostegno, che è nostro nutrimento (“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, Mt. 4,4), ovvero il pane “soprasostanziale” (il termine greco che si trova in Matteo, epiousion, se inteso come forma participiale di epieimì, significa questo). Ma il pane “soprasostanziale”  è una immagine del pane del Regno che verrà (nel “domani” di Dio: questa accezione – convergente con l’aramaico mahar – si collega a una possibile derivazione da epieîmi, locuzione temporale dal verbo “seguire”).
In virtù di questo significato intenzionale, la richiesta del pane come nutrimento corporeo assume un valore più completo (“Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”, Mt. 6,33).

L’anelito al Regno di Dio deve dunque presiedere al banchetto terreno. Quando, come in una sorta di  delirio agonico, si diffonde vertiginosamente il culto del cibo, mentre – oltre tutto –  vi è chi muore di fame, e non si invoca sinceramente – né si cerca di contribuire a edificare – il Regno, allora l’elemento fagico, divoratore, ahrimanico si potenzia e il grido di Geush Urvan, a nome della Buona Creazione violata, echeggia.

– “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”: possiamo – e affermiamo di volere – colmare le altrui mancanze nei nostri confronti, ma ci appelliamo a Dio affinché colmi le nostre nei confronti altrui (e Suoi). Si stabilisce così una reciprocità tra l’anima e Dio nel superamento del male

padrenostro3– “e non lasciarci [o fa’ che non cadiamo] nella prova, ma liberaci dal male [o dal Maligno]”. Come ricorda l’apostolo Giacomo, “Dio non tenta nessuno” (Gc. 1,13). D’altra parte la testimonianza di cristiani diversi per epoca, estrazione, temperamento e idee, quali Gregorio di Nissa, Lutero, Mary Baker Eddy, oltre che un corretto approccio linguistico-filologico, ci sollecita a cogliere il senso profondo del versetto (abitualmente tradotto con un singolare e fuorviante “non indurci in tentazione”). Dio non induce alla tentazione – che è diabolica – ma tempra le anime nel combattimento. Ora, l’anima è, per così dire, cresciuta – nel corso della preghiera, che è una miniatura dell’intero percorso spirituale, ha assaporato il pane del Regno e si è tolta di dosso il peso del peccato, commesso e subito – e chiede perciò al Padre di rivestirla delle qualità superiori, celesti (eredità primigenia dell’anima, logorata dalla battaglia della vita terrena); vestici di nuovo delle Tue armi di luce, Signore, questo si chiede con l’idea di non essere “esposti” alla tentazione, alla prova (o di “non cadere nella prova”, o ancora, come nella versione della Chiesa Giurisdavidica, di “non indurre se stessi in tentazione”): solo col Tuo sostegno ci libereremo dall’Avversario.


L’aurora, il Natale:  Kalenda e Sol Levante

La Kalenda, la suggestiva epopea della storia sacra, dal Medioevo accompagnava l’Ufficio di Prima, all’alba, diventando poi parte della liturgia della Notte Santa, la vera Alba. Comprensibilmente, il testo è riformato, sia nel punto in cui Abramo è chiamato “padre nella fede” (si arriva a Cristo anche da altre “filiazioni” spirituali), sia in quello in cui il Gesù storico è chiamato sic et simpliciter “Dio”. Inoltre, noi leggiamo anche in chiave simbolica il testo, ma ciò non significa sminuirlo, bensì volgersi alla sua essenza meta-storica, che è precisamente il contrario.

“… innumeris transactis saeculis a creatione mundi, quando in principio Deus creavit caelum et terram, et hominem formavit ad imaginem suam; permultis etiam saeculis ex quo post diluvium Altissimus in nubibus arcum posuerat signum foederis et pacis; a migratione Abrahae de Ur Chaldaeorum saeculo vigesimo primo; ab egressu populi Israël de Aegypto, Moyse duce, saeculo decimo tertio; ab unctione David in regem anno circiter millesimo; hebdomada sexagesima quinta iuxta Danielis prophetiam; Olympiade centesima nonagesima quinta; ab Urbe condita anno septingentesimo quinquagesimo secundo; anno imperii Caesaris Octaviani Augusti quadragesimo secundo, toto orbe in pace composito, Iesus Christus, aeterni Patris Filius, mundum volens adventu suo piissimo consecrare, de Spiritu Sancto conceptus   novemque post conceptionem decursis mensibus in Bethlehem Iudae nascitur ex Maria Virgine factus homo. Nativitas Domini nostri Iesu Christi secundum carnem.

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(“…trascorsi molti secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio creò il cielo e la terra, e plasmò l’uomo a Sua immagine; e molti secoli da quando, dopo il Diluvio, l’Altissimo aveva fatto risplendere tra le nubi l’arcobaleno, segno di alleanza e di pace; ventuno secoli dopo che Abramo migrò dalla terra di Ur dei Caldei; tredici secoli dopo l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè; circa mille anni dopo l’unzione regale di Davide; nella sessantacinquesima settimana secondo la profezia di Daniele; all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, Gesù Cristo, Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne”)

Un’altra preghiera aurorale e natalizia, in uso nella Chiesa, è il Sol Levante, scritta da U. Pagnotta partendo da un versetto del Vangelo di Luca (1,78) e poi rielaborata:

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“Il Sol Levante splenderà dall’alto

per illuminare coloro che sono nelle tenebre,
nell’ombra della morte,
e per guidare i nostri passi
sulle vie della pace.
O Dio di Luce,
donaci l’Aurora.
Aiutaci, buon Padre,
a non aver paura,
perché oltre il guado della morte
vi è la Terra della Luce”


Breve preghiera indù-cristiana per i trapassati

E’ l’adattamento di un estratto delle preghiere shraddha (in India: culto memoriale), nella forma voluta da Keshab Chandra Sen per la comunità Navavidhan:

“Possano gli spiriti disincarnati di tutti,
noti e ignoti, amici o nemici,
che abitano le varie Sfere dello Spirito,
ricevere la beatitudine, per grazia e a gloria di Dio”


“A te, che sei oggi davanti a noi come morto…”

E’ il grato saluto scritto dal Aldo Capitini come “dichiarazione di compresenza” rivolta ai trapassati e ai dolenti.

“A te, che sei oggi davanti a noi come morto, porgiamo un saluto di gratitudine per tutto ciò che hai dato da vivo e per tutto ciò che continuerai a darci in eterno. La tua parte c’é sempre stata nella nostra vita e sempre ci sarà: sappi che ne abbiamo veramente bisogno. Tu hai incontrato il fatto della morte, come tutti gli altri che, morendo, sono stati martiri, perché hanno testimoniato che esiste questo fatto. In ogni nostro dolore ti ricorderemo. E un giorno sarai visibile, non perché ritornerai da una lontananza, ma perché finirà questa realtà che impedisce di vedere come tu vai avanti in una via di sviluppo e di miglioramento. Intanto attuando valori saremo insieme e sempre più uniti… 

La bellezza della luce e di ogni lume acceso ci consola nel mondo, e più saremo certi che tu, nella compresenza di tutti, ci dài un aiuto, più sarà per noi una festa”


La Preghiera Solenne

Questa è la nostra preghiera “specifica”. Trae origine da un testo, chiamato appunto Preghiera Solenne, compilato da Umberto Pagnotta negli anni ’70 e incluso in una sequenza di “liturgia della Parola” fortemente venata di elementi di letteratura “apostolica” (Didaché, epistole di Clemente, ecc.).
La versione qui proposta, con ampie variazioni e integrazioni, raccoglie due ulteriori sorgenti: 1) alcune immagini della preghiera dedicatoria del testo buddhista mahayana Bodhicharyavatara di Shantideva (VIII sec.), proposta da Albert Schweitzer – che fu anche pastore e teologo luterano – nel suo libro I grandi pensatori dell’India (titolo originale Indian Thought And Its Development, London 1936), come esempio di anelito al bene universale (e in effetti così è, sia pure in un contesto peculiare, diverso dal nostro); 2) alcune immagini emerse nella preghiera entro la CCUI.
L’idea di “solennità” va evidentemente intesa in senso interiore, di serietà e pregnanza dell’intenzione orante.


“Noi Ti invochiamo,
o buon Padre,
nostro aiuto e sostegno.
Difendi gli umili.prayer

Rialza i caduti.
Salva chi è in pericolo.
Rivelati ai cuori spezzati e alle menti confuse
Guarisci i malati.
Guida i dispersi sulla via di casa.
Sciogli i bloccati.
Consola gli afflitti.
Quieta gli angosciati.
Scuoti i colpevoli.
E ispira ovunque giustizia.
O Padre buono, per la Tua bontà,
noi speriamo
che si dissolva il male in tutti i mondi
affinché nessun vivente ne divori un altro,
lo uccida o lo ferisca
che ogni terra sia ospitale, ogni strada sicura al viaggiatore
e il navigante giunga in porto, a gioire coi suoi cari
e nessuno sia più disprezzato, avvilito o minacciato,
e finiscano il rancore e il terrore.
Il Tuo sguardo benigno renda i colori al cieco,
e il Tuo sussurro musica al sordo
Possa il Tuo Santo Spirito impregnare
ogni fibra del cosmo
e così allietarlo, nella Tua eternità.

Questa è la nostra preghiera