The Blessed Hope / La Beata Speranza

RIFLETTENDO SULL’OLTRE

Davanti alle possibili configurazioni dell’Oltre, che ci è ignoto, occorre mantenere in primis il silenzio di chi, onestamente, non può fare alcuna affermazione certificabile (anche quando essa fosse, come convinzione, soggettivamente certa). Se la si facesse, del resto, si rischierebbe di degradare la speranza/visione beata – come è avvenuto il più delle volte, nella storia spirituale dell’umanità – o di renderla scarsamente credibile con descrizioni grandiose quanto, in realtà, asfittiche rispetto alle effettive potenzialità dell’ “oggetto” descritto.
Del resto, quel che possiamo dire dell’Oltre attiene alla sfera valoriale e non a quella fattuale, come  spiega Aldo Capitini nel suo libro La compresenza dei morti e dei viventi, una delle opere più pregnanti su questo tema, insieme a quelle logico-suggestive di Gustav Fechner (da Il piccolo libro della vita dopo la morte La concezione luminosa …) o, per quanto riguarda la “nuova corporeità”, al classico di G.R.S. Mead La dottrina del corpo sottile nella tradizione occidentale.

A questo mondo, si parla in forma presuntuosa e non univoca di quel che accadrebbe dopo la morte: al riguardo c’è chi delira e chi spaccia contraffazioni. Poiché l’esistenza è sospesa tra vita e morte, tra l’essere e il nulla,  è normale che dubbi sulla continuità della vita individuale si agitino nell’anima.
L’esperienza ci dice, tuttavia, che se è difficile essere certi della conservazione dell’identità personale, è pressoché impossibile non “sentirla” al fondo della realtà. Soprattutto se: 1) la si spera per tutti; 2) la si considera come identità dinamica, aperta alla trasformazione, non statica.
Tornando al discorso iniziale, i mazdeo-cristiani sono consci del fatto che parlare di qualcosa che non si conosce equivale a mentire, dunque a consegnarsi a druj, matrice demoniaca secondo le Gatha. E sono addestrati al silenzio che si deve all’ineffabile.
Ma l’onesto fedele è confortato, non solo dalla speranza (che non può essere sbrigativamente ridotta a mero istinto di conservazione o a reazione contro la paura della morte), dalla fede e dal senso della giustizia, ma anche dall’intuizione, dalla ragione – che non può non accordare fondamento d’essere a una speranza estranea alla natura –  e da lampi di visione che a volte persistono, diventando così panorami e atmosfere dell’anima. Il presentimento dell’Oltre, poi, accompagna il fedele e allontana dal suo cuore la disperazione, mentre il coro dei buoni antenati canta, sommesso eppure insopprimibile, in  lui e tutt’intorno. E contemplando il presepe, egli può percepire l’atmosfera del Paradiso qui e ora.
Le NDE (Near Death Experiences, esperienze di pre-morte), pur non costituendo in alcun modo prove, sono certamente “spiragli” su altre dimensioni, nella terra di confine. Fossero anche il mero prodotto di scariche endorfiniche, esse ci dicono qualcosa di rilevante, quantomeno sull’ethos dell’attività cerebrale, sull’atmosfera in cui la mente fluttua, che conferma la pregnanza dell’immaginazione umana collettiva (non arbitrariamente individuale, perché come si sa la maggior parte delle NDE è convergente).
Per questo i mazdei-cristiani, senza sentenziare, approcciano l’Oltre in modo riflessivo.

Per il valore cosmico del messaggio di Cristo, le “molte dimore” di cui parla l’evangelista Giovanni potrebbero equivalere a stati d’essere che, per così dire, si coagulano in paesaggi, i quali a loro volta farebbero parte di universi paralleli corrispondenti agli habitat spirituali che le anime hanno attirato a sé – o tessutointorno a sé – con le loro intenzioni profonde ed effettive. Tuttavia, la “variabile” suprema della grazia di Dio ha una parte decisiva nell’orientamento della persona. Orientamento che non è destinazione definitiva, ma crescita nel – o verso il – Bene.
Negli universi paralleli “apicali”, più elevati, le coordinate spazio/temporali sarebbero superabili in ogni punto/attimo.

Resurrezione

Vale la pena di osservare come sia nel Mazdeismo che nel Cristianesimo si parli di un evento trasformatore.
La Resurrezione, prefigurata da tutte le guarigioni e riabilitazioni del corpo e dell’anima sulla terra, è la chiave per comprendere il significato di vita eterna: non il prolungamento di quella terrena, ma una pura “novità” sia pur nella identità, una redenzione del corpo, che nell’economia divina non è un semplice “abito” (e neppure una tomba dello spirito, anche se spesso lo diviene), ma uno strumento e un “confine”, quel benefico, individuante confine – ma confine aperto – che sempre esisterà fra la creatura e il Creatore.
La Resurrezione, sigillata dalla Pasqua di Cristo, sarebbe l’irruzione completa, definitiva eirreversibile della vita di Dio nelle creature, il conferimento dell’immortalità da parte di Colui che solo la possiede come essenza costitutiva, l’Eterno.
E il suo ethos è quello di un convivio, come alle nozze di Cana (Gv. 2, 1-11) o nel dipinto di una festa nuziale di Bruegel il Vecchio

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Un’altra corporeità.

Non è dato figurarsela. Ma valgono certo qualcosa le testimonianze di quanti, patendo grossi impedimenti nel corpo fisico, hanno realizzato la presenza, in sé, di un organismo parallelo. E’ il caso, celebre, di Helen Keller, cieca e sordomuta, che sperimentò la vista e l’udito sottili, quando sul piano denso ne era priva. Il mondo della luce e dei suoni le era precluso, ma dopo aver iniziato a parlare e ascoltare con le mani, dopo aver pensato per anni col corpo, avvertì un giorno, all’improvviso, l’impatto di “un’altra mente” e cominciò a vivere una vita psico-sensoriale di caratura eccezionale. Racconta la Keller di come – simbolicamente si direbbe – “vide” per prima una farfalla, che nella tradizione greco-romana rappresenta l’anima, e con una vera e propria esperienza extra-corporea si ritrovò nell’antica Atene. Tutta la sua vita successiva fu ricca di realizzazioni estetiche e creative dovute all’attivazione di quella sensorialità sottile. InMy Religion, libro nel quale interpreta la propria esperienza alla luce delle visioni di Swedenborg, la Keller sostiene che non c’è solo il mondo oggettivo fisico, ma anche un mondo oggettivo spirituale, che percepiamo per mezzo di un autentico “apparato sensoriale” costituito della stessa sostanza di quel mondo. Tale apparato è “speculativo, intuitivo, reminiscente”. “E’ la facoltà – spiega – che porta oggetti distanti entro la cognizione del cieco, cosicché anche le stelle sembrano alla porta (…) Passa in rassegna l’esperienza limitata che traggo da un imperfetto mondo tattile e la presenta alla mia mente affinché la spiritualizzi”. Così, in virtù di questo arcano, come la Keller ognuno può vedere il Sole e ascoltare la musica anche dove, come dice lei, “non vi è altro che tenebre e silenzio”.   

La  Casa del Canto  

 La musica è un’essenza che pervade ogni fibra del cosmo. Dal Saggio e Buon Signore fluiscono la melodia, l’armonia e il ritmo, da quelli ineffabili delle sfere celesti, a quelli che alleviano la fatica dei campi o delle cave.
All’uomo-spirito la musica si manifesta anche in colori, forme, profumi; non è irragionevole pensare il paradiso come un luogo di eccezionali sinestesie. La musica è perpetuo volo. L’archetipo della melodia è nella libertà dello spirito; quello dell’armonianella comunione tra gli spiriti; quello del ritmo nella volontà, l’asse dell’anima. Si può notare come nella musica sia prefigurata la ricongiunzione dei mondi spirituale e corporeo, in quanto gli strumenti di metallo e di legno captano vibrazioni fluenti dal pensiero divino, per trasmetterle all’uomo. Perciò la musica è una sottile incorporazione dell’Oltre. E’ bello immergersi nei suoni, così come nei colori sottili che a miriadi, intensi e sfumati, puri e misti, l’anima stessa genera, e pregustare così la libertà del Garōdmān (la “Casa [o Dimora ] del Canto”, come nella tradizione mazdea si chiama il Paradiso, termine a sua volta di origine iranica che significa “giardino recintato”).
Le esperienze di pre-morte comportano spesso scrosci di musica celestiale.

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Eternità

Per intuire che cosa significhi trascendere il tempo, si può ricorrere a quelle che A. Maslow ha chiamato peak-experiences, esperienze di vetta, a quando, cioè, per qualche trigger (fattore scatenante: ad es. l’amore, la preghiera, le arti, la visione del cosmo), già in questa vita ci immergiamo nella Gloria, e perdiamo, o annulliamo, la percezione temporale, perché quegli attimi sono farciti d’eternità. La “Terra celeste”, nella visione mazdeo-cristiana, si collocherà nella magica ruota di Zurvan, il tempo infinito. Ciò significa che l’eternità si innesterà sul tempo e lo assimilerà a sé, liberandone la scansione, oggi rigida e fatale, in una fluida, crescente e infinita sequenza di attimi gloriosi. Potrebbe così configurarsi l’eterna giovinezza del mondo.

Michele Moramarco

 

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LA VITA ETERNA NEGLI SCRITTI DI UGO JANNI

 

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Sulla vita umana dopo la morte

Allorché l’uomo esce dallo stato d’incarnazione in questo piano fisico del cosmo, entra in un altro piano della realtà. Si addormenta, rispetto all’ambiente terrestre, di un sonno che consiste nella cessazione dei suoi rapporti fisici con esso; ma si risveglia nella regione superfisica, attuando con essa rapporti ambientali; cioè risorge in essa. Risorge in essa, subito dopo la morte all’ambiente fisico, nella sua interezza ed unità di «uomo», di concreta persona­lità umana, e perciò essenza e forma, anima e corpo. Quando moriamo alla vita terrena si dissolve l’organismo materiale, accidentale e transitorio; ma l’essenza del corpo — forza immateriale raggiante dal nostro spirito — rimane inerente al nostro spirito e risorge con esso nella faccia superfisica della realtà; e come quaggiù operando sulla materia fisica formava con le molecole di questa l’orga­nismo materiale, veste necessaria al corpo nella vita terrena, così nell’aldilà operando sulla materia sottile determina un organismo di tale materia, e forma insieme con esso il nostro corpo superfisico che è, quanto alla sostanza, lo stesso corpo di prima, diverso solo nell’elemento accidentale e mutevole (1).

Essenzialmente, tale è il concetto che S. Paolo ha della resurrezione. Infatti, secondo l’Apostolo, la resurrezione dei corpi è un fatto analogo alla nascita di una pianta dal seme (2). Per il disfacimento degl’involucri del seme prodotto dall’«humus», l’essenza del seme si libera, ed organizza — con elementi che trae dalla terra, dall’aria, dal sole — la nuova pianta che è il seme risorto dopo il suo disfacimento. Ora se con S. Paolo si considera la resurrezione come un fatto analogo a questo, è evidente che come si dissolve l’involucro del seme, così si dissolve l’organismo fisico, elemento accidentale del nostro corpo; come permane inviolata l’essenza del seme, così resta inviolata la sostanza immate­riale del nostro corpo che è un’energia irradiata dal nostro spirito; come la so­stanza vitale del seme, liberata dagl’involucri di questo, organizza attorno a sè nuovi elementi tratti dall’ambiente (terra, umidità, ecc.), così la sostanza del cor­po, pur liberata dall’accidentale involucro di materia fisica, organizza attorno a sè nuovi elementi di materia sottile tratti dall’ambiente superfisico; come il seme vivificato è la nuova pianta in cui s’è trasformato, così il nostro corpo — nella immediata nostra resurrezione nell’aldilà — è il corpo superfisico costituito dalla sostanza permanente del nostro corpo, energia irradiata dal nostro spirito, e dall’organismo sottile che esso determina attorno a sè come veste adeguata al nuovo ambiente.

Nell’aldilà gli spiriti orientati verso la perfezione salgono «de claritate in clari­tatem». Si osservi che il passare da un grado qualsiasi di perfezione, al quale corrisponde un determinato ambiente, ad un grado di perfezione più alto in un ambiente superiore, implica la rottura del rapporto col primo ambiente e il sor­gere di un rapporto analogo col secondo. Ne segue che l’ascensione nell’aldilà attraverso le regioni via via più elevate della realtà superfisica si compie attra­verso una serie di tali rotture di rapporti ambientali, che — in un senso lato del vocabolo — sono forme di morte, seguìte da resurrezioni. Una di tali resurrezio­ni sarà l’ultima, quella che in sè conterrà tutte le altre: il che illustra l’idea della resurrezione finale che è nella visione evangelica delle cose future. È logico pensare che attraverso la detta ascensione il corpo superfisico subisca delle trasformazioni nel suo elemento accidentale e mutevole, rendendosi sempre più fine la sua materialità superfisica. Giunto alla suprema vetta della perfezione, il nostro corpo — che quaggiù è corpo animale — sarà divenuto corpo «spiritua­le» (3).

spiritualboSan Paolo menziona il corpo spirituale in contrapposizione al corpo animale. È lo stesso corpo, ma il contrasto è tra i due stati estremi di esso: «E’ seminato corpo animale e risuscita corpo spirituale». Esegeticamente, l’espressione «cor­po animale» designa il nostro corpo nello stato in cui esso è strumento per la vita fisica; e l’espressione «corpo spirituale» designa lo stesso corpo muta nello stato in cui — giunti noi alla finale perfezione — sarà strumento della nostra vita divenuta spirito in maniera compiuta. Dal lato nostro, il corpo — in entrambi í suoi stati estremi — è lo stesso corpo, perché la sostanza non muta. Ma dal lato dell’ambiente la cosa è diversa, perché l’elemento accidentale e mutevole del corpo muta col mutar dell’ambiente. Nella vita terrena quest’elemento è costituito da materia fisica; nei varii piani della vita superfisica è costituito da materia sottile in gradi diversi secondo l’altitudine dei piani rispettivi; nella per­fezione finale, dell’universo indiato, l’elemento accidentale — divenuto definitivo — corrisponderà alla natura indiata dell’universo.

Allora il corpo dell’uomo — sempre lo stesso nella sua sostanza, energia immateriale raggiante dallo spirito dell’uomo — s’integrerà — per i fini delle sue grandi operazioni palingenesiache — nelle energie non più materiali nel senso degli attuali stati fisico e superfisici del cosmo, ma spiritualizzate quali saranno nel mondo assunto nello spirito: perciò sarà corpo di natura spirituale. Corpo, perché forma determinante l’individualità resa perfetta e strumento dell’attività di questa nel mondo indiato; spirituale, perché la forma determinante l’indivi­dualità resa perfetta e lo strumento intrinseco di questa per la sua attività palin­genesiaca in un mondo assunto nello spirito, non potrà essere che della stessa natura di quel mondo, cioè spirituale.

San Paolo parla del corpo spirituale in rapporto con la resurrezione finale correlativa all’indiamento del mondo. Ciò non implica in modo necessario che gli spiriti dei giusti raggiungeranno soltanto allora la perfezione spirituale del proprio corpo.

Noi sappiamo che già vi sono, e via via cresceranno di numero, «spiriti giun­ti alla perfezione» (4): or il corpo di tali spiriti non può essere che il corpo spirituale. I giusti giunti alla perfezione hanno già stabilito un rapporto perfetto della loro compiuta personalità con Dio. Senonché, per l’idea evangelica, l’indi­viduo — come rileva il Martensen — non è che un momento nella storia del Regno di Dio. Perciò, l’idea evangelica — pure postulando il compiersi del de­stino individuale — contempla tale destino come innestato nell’attuazione del destino generale, in cui anche il corpo spirituale troverà la pienezza della sua attività. Questo è il valore «religioso» espresso nell’idea della risurrezione gene­rale dell’ultimo dì. Non deve attribuirsi un significato reale ai caratteri della risur­rezione generale descritta — per esempio — da S. Paolo nella sua prima lettera ai Corinti. Quella è evidentemente la veste poetica dell’accennato valore religio­so, fatta con immagini tolte dall’Antico Testamento. L’idea poeticamente così espressa è quella della Parusia giunta al suo acme: la più solenne delle feste, di cui un aspetto sarà la più solenne di tutte le riunioni, cioè l’umanità intera giun­ta, attraverso le crisi decisive del regno di Dio sulla terra, alla sua mèta supre­ma.

1)   Ciò non implica necessariamente che l’organizzazione della materia sottile attorno alla sostanza del nostro corpo cominci dopo la morte terrena. I varii stati della materia (fisico e superfisici) non sono separati, ma si interpenetrano pur essendo distinti. Perciò l’elemento sostanziale del nostro corpo può, già prima della nostra morte terrena, organizzare attorno a sè la materia sottile per il corpo superfisico.

2)   1. Cor., XV, 35-38.

3)   1. Cor., XV, 43-44.

4)     Ebr., XII, 23.

(tratto da U. Janni: Teosofia, Fratelli Bocca Editori, Torino 1932, pp. 146-150).
                                                                                                                                                                                                                                               

La sorte gloriosa dei redenti

Abbiamo stabilito nella prima parte del nostro studio che, secondo l’idea evangelica, la salvezza finale, la redenzione, sarà non un fatto individualistico ma un fatto cosmico. Secondo l’intuizione evangelica, tra le due sfere di vita ­quella cosmica di cui è parte la vita della terra e quella che si svolge nell’altra faccia della realtà, ossia nel mondo dello spirito — v’è una correlazione (1); vogliam dire che tra l’una e l’altra lo sviluppo del disegno di Dio è parallelo ed armonico.

Allorché, secondo il divino disegno, la vita di questo nostro cosmo sarà giunta al suo termine, anche la vita dell’altra faccia della realtà avrà raggiunto un fine oltre il quale, attraverso una crisi del nostro cosmo, i due mondi si confonderanno per sboccare in ciò che le Scritture evangeliche chiamano la nuova creazione. In questa, l’intera umanità, nella sua profonda unità di vita, troverà la sua destinazione suprema; ed in essa anche la vita ideale degl’indivi­dui raggiungerà il suo compimento perfetto.

Non è possibile sapere in che consisterà per noi il pieno possesso della vita eterna e quali ne saranno le estrinsecazioni. Tuttavia alcuni raggi di luce ci vengono a questo riguardo dalle Scritture evangeliche in armonia coi presenti­menti dell’anima nostra e coi voti del nostro cuore. La vita eterna sarà la perfe­zione attuata (2), il compimento glorioso di ciò che siamo chiamati ad essere, l’armonia tra le aspirazioni della vita e le condizioni della vita, l’accordo pieno e totale tra l’ideale ed il fatto. Essa sarà il Regno in cui Dio e le creature si pene­treranno a vicenda e comunicheranno nella medesima luce. San Paolo dice: «…noi conosceremo come siamo stati conosciuti» (3). Con quest’ardito ravvici­namento S. Paolo vuol darci l’idea più completa di ciò che sarà la nostra cono­scenza di Dio nel pieno possesso della vita eterna. Squarciata ogni ombra, la nostra conoscenza si eleverà sulle ali della gloria ad un rapporto così stretto e vitale con l’essenza divina che la fede sarà trasformata in visione. San Giovanni dice: noi saremo simili a Dio perché lo vedremo quale Egli è (4), in se stesso, nella sua vita intima, faccia a faccia. La verità veduta in questa pienezza di luce sarà il nostro nutrimento e la nostra vita. Essa ci penetrerà, ci trasformerà, c’in­dierà. Senonché, la conoscenza non sarà tale da escludere il progresso. Sicco­me l’anima dell’uomo è una potenzialità infinita, anche la sua conoscenza, la sua visione, saranno capaci di sviluppo sempiterno.

Nell’universo glorificato, la vita eterna sarà sommamente attiva. Lo stato fi­nale glorioso sarà altrettanto un divenire che un essere. Ma l’attività della vita di gloria non rassomiglierà a quella terrestre sottomessa alle condizioni del mondo fisico, del tempo e dello spazio. Sarà — ed è vano tentativo immaginarne il come — attività senza stanchezza e senza dura resistenza, di cui lo sforzo esterno non sarà che la facile espressione e manifestazione. Tale conoscenza attiva sarà via all’amore tendente ad abbracciare tutto il vero conosciuto. L’a­more di Dio comincia in terra con la fede e si comporrà nella conoscenza attiva dello stato finale. Per la pienezza della conoscenza anche i movimenti del cuore si sublimeranno, le sue tendenze si transumaneranno. La verità conosciuta sen­za ombre e posseduta sarà il bene supremo, il centro delle tendenze dell’anima. A questo bene l’anima si unirà in tutta la veemenza delle sue forze, con tutto l’impeto dei suoi fervori. Lo abbraccerà, lo stringerà, inabissandosi nel pelago delle sue perfezioni, nell’immensità della sua gloria. Così l’amore, spinto alla sua più alta potenza, reso tutt’uno con la perfezione, genererà la felicità supre­ma, perché il supremo disinteresse e spogliamento dell’individualità avrà per effetto la più alta sublimazione di questa e la sua più completa beatitudine (5).

Senonché, l’amore di Dio che è la vita celeste non unirebbe tra loro le creature glorificate? Nel mondo materiale, dice Santa Teresa, tutto vibra all’unisono. Nel mondo trascendente penetrato e coronato dal «Gigante degli spiriti» vi sarà un’attrazione universale superiore determinata dall’amore. Quando quest’attrazione ci unirà in sommo grado a Dio, cì unirà — per ciò stesso — a tutta la famiglia di Dio nelle grandi operazioni palingenesiache, e da tale unione, sorgente di gaudio, nascerà pure un aiuto per i singoli ad ascendere sempre più ‑ poiché c’è progresso nel bene puro — verso il tipo ideale ed eterno. «De claritate in claritatem!».

1)   Apoc. 6: 10-11

2)   1. Cor. 13: 10.

3)   1. Cor. 13: 12.

4)   1. Giov. 3: 2.

5)   confr. Pietro Rossi: Palingenesia oltremondana, vol. Il, pagg. 180-185.

(tratto da U. Janni: Ultra, Guanda, Modena 1935, pp. 370-374).

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